Tavola rotonda italiana
al Triennale Design Museum

Forte della molteplicità di energie che vuole riunire attorno a sé, Graphic Design Worlds intende valorizzare la cultura del graphic design condividendo il proprio percorso, attraverso interviste, video, incontri e questo stesso blog.
In questa ottica, il 29 giugno scorso a Milano il Triennale Design Museum ha ospitato un incontro con i designer italiani invitati in mostra. Per l’occasione sono stati riuniti in un’unica stanza progettisti giunti da contesti nazionali (ed internazionali) diversi – Milano, Bari, Londra, ma anche Piacenza, Bolzano e altre città – con l’obiettivo di esplorarne i differenti approcci e mettere a confronto le esperienze.
Presenti all’incontro, oltre alla direttrice del Triennale Design Museum Silvana Annicchiarico, anche Giovanni Anceschi e Silvia Sfligiotti, intervenuti in qualità di “agitatori”.
Durato un’intera giornata, l’incontro ha previsto un momento di dibattito nel corso del quale i designer coinvolti hanno potuto raccontare il proprio “mondo”: ambienti, metodi di lavoro, visioni.
Dai racconti e dal confronto è emerso come il graphic design, in particolare in Italia, sia oggi più che mai in trasformazione, arricchito da uno spessore teorico e intellettuale che lo conduce verso direzioni eterogenee, prospettando nuove modalità di intervento.
Mentre i confini con le altre discipline si fanno più indefiniti, la figura del designer cambia, lasciando spazio a un tipo di professionalità che si fa partecipe del proprio ambiente, orientandosi nel contempo alla costruzione di un dialogo sempre più aperto.
È stato sottolineato in primis il carattere interdisciplinare del graphic design, interpretato come “una porta che permette di affacciarsi su discipline differenti”, in grado di porre il designer in relazione non solo con il proprio, ma anche con altri mondi e contesti.
In particolare Giovanni Anceschi ha sottolineato come l’idea dei “campi disciplinari” nettamente separati stia ormai svanendo, lasciando spazio a sinergie e influenze reciproche (si veda anche l’intervista pubblicata sulle nostre pagine).
In questo senso, più volte si è fatto riferimento al rapporto design/arte, a riprova di come ancora oggi la questione rimanga aperta e sia fortemente sentita dai designer.
Se da una parte c’è chi preferisce operare separazioni nette, altri si aprono alle interferenze e al confronto col mondo dell’arte: “Io ho diversi cappelli in testa”, dice Giovanni Anceschi riferendosi alla esperienza di vita che lo contraddistingue.
D’altronde, pur riconoscendo i caratteri che accomunano design e arte, Anceschi ha operato un’importante precisazione sottolineando come l’arte sia autonoma, mentre il graphic design risulti sostanzialmente “eteronomo”. E cioè, nelle parole di Silvia Sfligiotti, il design “per definizione nasce in risposta a qualcosa di altro”, con cui è chiamato a mettersi in relazione.
Non sorprende che il dibattito abbia anche fatto emergere un universo di termini associati alla pratica del graphic design: tante espressioni quante sono le persone che lo utilizzano, a conferma della sua natura aperta a letture molteplici.
C’è chi lo ha definito un’operazione di editing e di trasformazione, chi lo interpreta come strumento di mediazione, di traduzione e di intervento e chi lo utilizza in quanto linguaggio o, ancora, come metodo di azione.
A comprendere e ricomporre tale molteplicità, Anceschi ha evidenziato come il ruolo del designer si avvicini sempre più a quello del regista, in grado di occuparsi della progettualità a livelli diversi e di diventare così produttore di cultura.
I progettisti si trovano oggi a confrontarsi con problematiche che vanno oltre le superfici e la bidimensionalità. Non solo devono rapportarsi a spazi tridimensionali, ma anche – ciò che più è importante – a questioni temporali; in questo senso è chiesto loro di farsi “registi” di un evento, piuttosto che dare semplicemente forma a singoli artefatti. I progettisti stessi paiono sottolineare l’urgenza di andare oltre i ruoli di esecutore o “confezionatore” – evidentemente non più sufficienti – per potersi appropriare di una voce e un ruolo attivo nei contesti e nei contenuti che essi veicolano.
Questo rimanda direttamente a ciò che riguarda le scelte di scala e di luoghi. Nel corso del dibattito è emersa con forza la posizione di coloro che, anziché muoversi e operare in quelli che sono i “poli del design” riconosciuti, scelgono come base lavorativa e culturale i luoghi dove sono nati e cresciuti, operando nello spazio pubblico e intervenendo sugli specifici contesti culturali.
I designer hanno fatto riferimento all’utilizzo del graphic design nell’ottica di risolvere, porre o discutere istanze riguardanti la propria realtà, il proprio “habitat”, sottolineando la forte volontà di presenza nei contesti di appartenenza, per generare cambiamenti o semplicemente “movimenti” attraverso la propria pratica.
Questo costituirsi elemento attivo trova il proprio valore sempre più nelle collaborazioni e nelle creazioni di reti che esso produce.
Si è dibattuto a lungo sulla forte esigenza da parte dei progettisti di operare in sinergia con figure differenti dotate di diverse competenze, oltre che con altri designer, nell’ottica di un arricchimento crescente. Idealmente quindi, la progettualità trova il suo valore nel divenire il perno attorno al quale far ruotare molte altre energie.
Non si è potuto tuttavia ignorare uno dei problemi con cui il graphic design deve confrontarsi oggi e cioè, paradossalmente, l’isolamento. Come Silvia Sfligiotti ha sottolineato, i designer corrono il rischio di rivolgersi unicamente all’interno della propria pratica, chiudendosi in una sorta di nicchia che si fa via via sempre più autoreferenziale. Il tema è stato discusso a lungo, e i designer presenti, pur nelle loro diversità in quanto ad approcci e metodi, si sono trovati concordi nel sostenere come il graphic design non possa vivere in una dimensione isolata, ma debba ricercare il proprio senso nella costante apertura verso l’esterno.
“Costruire mondi attorno a ciò che si fa”, è forse alla luce di queste riflessioni la migliore espressione per riassumere gli intenti emersi dal dibattito.
Tale complessità è ciò che Graphic Design Worlds vuole mettere in scena, raccontando una pluralità di visioni che – è questo l’auspicio – possano ispirare uno sguardo nuovo sul mondo stesso.
Benedetta Crippa
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Bringing together different paths, Graphic Design Worlds is a hub that aims at developing the culture of graphic design, and at sharing its richness through interviews, videos, and meetings, as well as through this very blog.
In this framework, on June 29th the Triennale Design Museum in Milan hosted a one-day-meeting with the Italian graphic designers involved in the exhibition. Coming from different Italian cities, as well as from abroad, they met to discuss their multifarious stories and attitudes towards graphic design, and particulalry to talk about their own “worlds” and approaches to the world: that is, the environment they live and work in, their methods, their points of view.
Present at the meeting was also the director of the Triennale Design Museum Silvana Annicchiarico, while Giovanni Anceschi and Silvia Sfligiotti participated as moderators.
What the meeting let emerge, is that graphic design is definitely experiencing significant changes, one would say now more than ever – and Italy makes no exception, as long as designers show a critical awareness that, while it may be grounded on a theoretical background, effectively leads towards new directions.
As boundaries with other disciplines are becoming vague, the role of the designer is evolving, leaving room for professionals who actively engage with the context and environment they live in, and who are the more and more focusing on relationships and dialogue.
The interdisciplinary quality of graphic design was then stressed, and design was described by some participant in the meeting as a “door that allows to look into different disciplines”, allowing the designer to establish fruitful relations not just with his/her world but also with other worlds and contexts.
Giovanni Anceschi did also underline how the idea of separate “disciplinary fields” has progressively been eroded by a situation where different fields, and disciplines, may cross each other, confronting or collaborating (see also the interview with Anceschi here).
In this direction, the relationship between design and art has been referenced more than once, proving how this issue still remains open and is strongly felt by designers themselves. Yet, while on the one side some prefer to trace a clear distinction, others seem to be more open to the mutual interference with the art worlds. Anceschi himself pointed out that he has had and has “different hats” on his head – but he also add that, while they share some relevant qualities, art and design are different in that art is autonomous and design is “heteronomous”. Or, to use the words of Silvia Sfligiotti, by definition design only exists as a response to something else, to which it should relate.
Not surprisingly, a variety of terms was used during the meeting to describe what graphic design is or what it means: some defined it as editing, some as a tool to mediate and translate, some others as a language, some as a “method of action”. But, again, Anceschi did provide an interesting umbrella to describe and possibly understand all these differences together: the reading of designers as directors, who are capable of planning at different levels and of producing culture. Nowadays designers are also confronted with issues that go well beyond the surface and 2D; not just designers may deal with 3D space, but what is most important they are increasingly required to deal with time – in that sense they are required to “direct” events rather than just giving form to single artifacts.
Also, many graphic designers emphasized the urgency to go beyond the position of the executor, the one who add a fancy package, to play instead an active role in the contexts and on the contents they help communicating.
This directly linked to another topic, that is the scale at which designers intervene and the places they work in. During the discussion an interesting position emerged from those who declared themselves not to be interested in the renowned regions and capital of design, as long as they chose to start their studio and to work precisely where they were born and grown, to be involved in producing culture in the public sphere.
Motivated by the willingness to participate in the context they belong to, some designers made reference to their practice as a means to provide solutions, but also to advance questions or discuss issues that are relevant to their reality, their habitat. Also emerged from the discussion, is the acknowledgment that the actual value of playing such an active role lays in the multiple collaborations and networks that designers establish around them.
All this richness, however, could not overshadow one of the problem that graphic design still may suffer, that is – paradoxically – isolation. The risk for designers to actually being separated from the world outside there, and to concentrate just on their visions, was put on the table, especially by Sfligiotti, and was discussed at length, with designers who may have different attitudes but basically agree that designing requires being constantly open to the world.
“Building worlds around what we do”, as one of the Italian designers said, this is probably the best way to describe the multiple attitudes expressed at the meeting. And this is precisely what Graphic Design Worlds aims at investigating and presenting on show: a plurality of visions that would hopefully enhance new perspectives onto the world we live in.
Benedetta Crippa
